Ogni terza domenica di luglio, Venezia si ferma per ricordare. Migliaia di barche illuminate solcano il bacino di San Marco, i fuochi d’artificio disegnano la notte sopra la Giudecca, e un ponte di barche attraversa il canale per condurre i veneziani fino alla chiesa del Redentore. È una festa gioiosa, quasi pagana nel suo trasporto popolare — eppure nasce da una delle pagine più dolorose della storia della città.
Un voto nato dal dolore
Tra il 1575 e il 1577 la peste uccise quasi un terzo della popolazione di Venezia: oltre cinquantamila persone, secondo le cronache dell’epoca. Fu allora che il Senato della Repubblica fece un voto solenne: se la città fosse stata liberata dal contagio, sarebbe stata costruita una chiesa dedicata al Redentore, e ogni anno il Doge in persona avrebbe attraversato il canale per renderne grazie.
La peste cessò. Andrea Palladio fu incaricato di progettare il tempio votivo sull’isola della Giudecca, e nel 1577 nacque la festa che ancora oggi celebriamo: un rito di memoria e di rinascita, in cui il lutto si trasforma in luce, e la fragilità della vita viene risposta con un gesto di bellezza condivisa.
Quando la bellezza diventa atto di gratitudine
È in quei decenni di crisi e di ripresa che l’arte tessile veneziana si consolida come una delle eccellenze più riconosciute della Serenissima. Mentre la città cercava risposte alla sofferenza nella fede, nell’arte e nello splendore architettonico, le manifatture di velluti e damaschi continuavano a tessere — letteralmente — un’idea di bellezza che non era vanità, ma resistenza. Produrre tessuti preziosi, in un’epoca segnata dalla paura e dalla perdita, significava affermare che la vita, la cura, la lentezza del lavoro fatto bene avevano ancora un senso.
Bevilacqua nasce da questa stessa tradizione e ne rivendica l’eredità più profonda: non semplicemente la maestria tecnica, ma l’idea che il bello — il velluto soprarizzo, il broccato, l’oro tessuto nella trama — sia anche un modo di rispondere al mondo, di onorarlo, di ringraziarlo. Come la Venezia del 1577 rispose alla peste costruendo un tempio e illuminando il cielo di fuochi, l’artigianato tessile veneziano ha continuato a rispondere al tempo che passa intrecciando bellezza, paziente e duratura, fra i fili dei suoi telai.
I tessuti al servizio della fede
C’è un legame ancora più diretto, e più concreto, fra la Festa del Redentore e il mondo dei tessuti pregiati. La chiesa progettata dal Palladio — sobria all’esterno, solenne e luminosa all’interno — è da secoli uno scrigno di paramenti sacri, addobbi liturgici, parati d’altare: oggetti che richiedevano (e richiedono) le mani e i telai delle manifatture veneziane più qualificate.
Per secoli, le chiese, le confraternite e le istituzioni religiose della Serenissima si sono affidate ai velluti e ai broccati prodotti a Venezia per vestire altari, pulpiti e celebrazioni. Era un tessuto che non doveva soltanto essere bello, ma doveva significare: la ricchezza della trama, l’intensità del colore, la luce che il velluto cesellato cattura e restituisce erano — e restano — un modo per onorare il sacro attraverso la materia.
Questa vocazione non si è mai interrotta. Ancora oggi Bevilacqua lavora al fianco di chi restaura chiese, palazzi storici e spazi di culto, riproducendo con i telai a mano del Settecento gli stessi disegni, le stesse tecniche, la stessa cura che animavano le manifatture veneziane all’epoca della peste e della sua fine. È un filo — letteralmente — che non si è mai spezzato: dal voto del Doge alla chiesa del Redentore, fino ai velluti che ancora oggi vestono altari e sale di rappresentanza in tutto il mondo.
Un filo che unisce le due chiese votive di Venezia
Il Redentore e la Salute sono sorelle nella storia di Venezia: entrambe chiese votive, entrambe nate da un voto del Senato della Serenissima al termine di una pestilenza. La prima fu costruita nel 1577, dopo la peste del 1575-77; la seconda nel 1631, dopo quella del 1630-31. Due epidemie, due promesse, due templi che ancora oggi raccolgono la devozione dei veneziani.
Bevilacqua è presente in entrambe le storie. Tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento, su commissione del Cardinale Angelo Roncalli — allora Patriarca di Venezia, di lì a poco Papa Giovanni XXIII — la Tessitura realizzò il velluto soprarizzo Colonne, destinato a rivestire le colonne dell’altare maggiore e delle otto cappelle laterali della Basilica della Salute. Una fotografia del 1957 ritrae Roncalli in visita alla tessitura, mentre osserva il velluto insieme a Cesare e Giulio Bevilacqua e alle sessanta tessitrici allora al lavoro.
Il velluto Colonne è uno dei tessuti più complessi mai prodotti da Bevilacqua: un rapporto di disegno di quattro metri di altezza, realizzato con ottomila schede forate sui telai Jacquard, fondo giallo dorato con rossi profondi, tulipani, narcisi, rose, peonie e fili d’oro zecchino. Un giardino tessuto che ricreava fedelmente l’antico tessuto che per secoli aveva adornato quelle stesse colonne.
Ancora oggi, ogni 21 novembre, quel velluto torna al suo posto. A tessere il velluto Colonne fu anche Mariella Bearzi, che lavorò in Bevilacqua dai 12 ai 67 anni: “Continuo ad entrare nella Basilica ogni anno, durante i giorni di festa. Sicuramente una di quelle colonne ha anche un mio pezzo di velluto.”
Un filo — letteralmente — che non si è mai spezzato.
→ Scopri la storia completa del velluto Colonne e della Basilica della Salute https://www.luigi-bevilacqua.com/velluto-colonne-salute-venezia/
Lo splendore della Serenissima
Una festa, un’eredità
Quest’anno, mentre il ponte di barche unirà ancora una volta le due rive della Giudecca, ricorderemo che la stessa Venezia che innalzò un tempio per dire grazie è la Venezia che, da generazioni, continua a tessere.
Foto tessuti d'archivio Tessitura Luigi Bevilacqua - Venezia a cura di Filippo Guerra - studio Otium.





