Vi siete mai domandati da dove provengono i disegni che decorano i tessuti? Non è sempre facile stabilirlo, purtroppo. Ma in alcuni casi ne possiamo essere certi al 100%. E quello delle decorazioni a grottesche è proprio uno di questi casi: hanno caratterizzato infatti tessuti barocchi, rococò e neoclassici, ma la loro storia inizia molto tempo prima.

Più precisamente all’epoca dell’Impero Romano.

L’origine delle decorazioni a grottesche

Avete notato che dentro l’aggettivo “grottesco” sbuca la parola “grotte”? Tutta colpa della Domus Aurea di Nerone e di chi l’ha scoperta.

Nel 1480 un giovane cadde per caso in una delle grotte del colle Esquilino, a Roma. E si accorse che le pareti erano decorate con disegni variopinti di mostri, chimere, sfingi e altre strane figure. I disegni richiamarono subito uno stuolo di artisti che, avendoli trovati nelle grotte, pensarono di chiamarli “grottesche”.

Le grottesche della Sala della Biblioteca a Castel Sant’Angelo, Roma, realizzate da Luzio Luzi e ispirate agli affreschi della Domus Aurea.

Solo dopo si accorsero che quelle, in realtà, non erano grotte, ma i resti sotterranei della Domus Aurea di Nerone. E che lo stesso tipo di decorazione si trovava anche nei palazzi di altri imperatori romani: quelle più antiche risalgono al I secolo a.C. Ma ormai il nome “grottesche” si era diffuso, proprio come la notizia di questa scoperta tra i pittori.

Le grottesche nell’arte rinascimentale

Quei disegni erano infatti un esempio perfetto dell’armonia classica: straripanti di figure fantastiche, elementi naturali, vasi e ghirlande, ma tutti con forme esili, e disposti in perfetta simmetria. Insomma, il tipo di decorazione ideale per incorniciare un affresco sul soffitto di un palazzo, o su una parete.

E quindi pittori a non finire si fanno calare nelle grotte per vedere queste meraviglie e poterle poi riprodurre nelle dimore rinascimentali di nobili e papi. Ecco perché oggi potete ammirare quelle che il Ghirlandaio ha copiato nel suo taccuino, se visitate la cappella Tornabuoni nella basilica di Santa Maria Novella a Firenze – sono nell’affresco della Natività di Maria, sui pannelli di legno dietro alle donne.

Ma le trovate anche nel Duomo di Orvieto, a Roma, Bologna e Siena, e più tardi in Francia, Spagna, Inghilterra e persino America. Le grottesche affascinarono infatti anche altri artisti, come Pinturicchio, Botticelli, Filippino Lippi e, soprattutto, Raffaello e la sua bottega.

Ad un certo punto, però, gli artisti rinascimentali smisero di fare semplici copie degli affreschi romani: cominciarono a inventare loro stessi animali, piante, vasi ed elementi architettonici da usare su stucchi, affreschi… e arazzi.

E così le grottesche iniziarono a impreziosire anche i tessuti.

Dagli affreschi ai motivi in stile barocco per tessuti

Dallo stile barocco a quello neoclassico, fino all’epoca vittoriana: le decorazioni a grottesche spopolano dal Cinquecento fino all’Ottocento. Seguendo però i canoni delle rispettive correnti artistiche.

Il disegno del nostro velluto Grottesche, ad esempio, risale alla fine dell’Ottocento, epoca in cui andavano molto di moda i miscugli di stile. E infatti ha elementi del XVI, XVII e XVIII secolo.

Di cinquecentesco qui trovate le sfingi, le donne alate e la testa che sta in mezzo a queste ultime. Ma già questa testa vi trasporta nel Rococò: non è una semplice testa di Medusa, o di qualche altra creatura mitologica. No, fa parte di una rocaille. Cosa sarà mai?

È l’imitazione di una roccia dalla forma bizzarra, o una stalattite, o una conchiglia. All’inizio decorava solo i giardini, ma nel Settecento cominciò ad apparire anche all’interno delle case, su mobili e tessuti.

E di barocco c’è niente? Certo che sì: date un’occhiata subito sopra alla rocaille. Forse avete già visto quel baldacchino in qualche chiesa barocca. O le mensole su cui poggiano le sfingi: anche queste sono riprese dall’architettura barocca, con le loro volute, le linee curve e la struttura elaborata.

Vi state chiedendo quanto possa essere complesso produrre un velluto del genere su telai a mano? Parecchio, e l’abbiamo scoperto lavorando ad un tessuto per il Cremlino: ecco la sua storia.

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