Tra i molti lavori di Leonardo Da Vinci, esiste anche il disegno di un motivo che ritorna spesso nei suoi quadri, e non solo, perché verrà poi ripreso anche in affreschi, ricami, tessuti, cuoio, armi e gioielli. Tanto da lanciare una vera e propria moda, alla Corte di Milano, alla fine del XV secolo, quella dei “vinci”, ripresi anche in un motivo dei velluti Bevilacqua.

I nodi vinciani

I vinci devono il loro nome agli omonimi salici rossi che caratterizzano il paese d’origine dell’artista e scienziato. Forse è dall’impiego dei ramoscelli flessibili di questi alberi per intrecciare canestri o legare le viti che traggono origine i nodi vinciani, diventati poi anche lo stemma dell’Accademia Vinciana.

Si tratta di una linea continua che forma un disegno circolare dai molteplici intrecci, la cui base sarebbe una croce di Sant’Andrea, santo patrono di Vinci, unita al simbolo dell’infinito. Lo si può notare già sull’orlo dell’abito della Dama con l’ermellino, datato tra il 1488 e il 1490, ma soprattutto nell’affresco sul soffitto a volta della Sala delle Asse del Castello Sforzesco, che risale al 1498. Qui Leonardo ha realizzato un finto pergolato, formato dai rami di sedici alberi in fiore, che s’intrecciano nei vinci.

Inoltre, come testimoniano molti ritratti di nobiluomini e nobildonne della Corte di Milano, a fine Quattrocento questi nodi divennero uno dei motivi per tessuti preziosi più in voga. Ma, essendo presenti soprattutto sugli abiti femminili – anche quello della Gioconda -, si pensa fossero un richiamo all’intreccio che lega gli amanti, oppure all’idea di “vincere”.

I vinci come motivi per tessuti preziosi

Il nodo disegnato da Leonardo Da Vinci compare, inoltre, in un velluto Bevilacqua che riproduce un velluto veneziano di fine XV o inizio XVI secolo, quindi risalente alla stessa epoca in cui compaiono i nodi vinciani.

Il Velluto Da Vinci 39243 ha però un’ulteriore caratteristica quattrocentesca: le allucciolature. Si tratta della tecnica mediante la quale nei tessuti di seta o raso vengono intrecciate pagliuzze d’oro o d’argento che, quando il tessuto viene mosso, sembrano accendersi e spegnersi. Proprio come le lucciole dalle quali la tecnica prende il nome.

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