L’arte della tessitura

Le manifatture a Venezia raggiungono l’apice della loro importanza per l’economia della città tra il Quattrocento e il Cinquecento. In particolare, quelle di beni di lusso, per i quali sono richieste competenze e conoscenze tanto particolari da renderle un asset importante per la città.

Si formano non poche organizzazioni di mestiere, con lavoratori specializzati nella lavorazione dell’oro, delle pellicce, del vetro, del cristallo e nel settore tessile, in particolare di seta e oro. Questi prodotti pregiati ed ambiti si diffondono nei mercati europei, influenzati dal gusto veneziano.

Tra il 1575 e il 1585, Jacopo Robusti detto il Tintoretto, celebra l’arte tessile in un dipinto che rappresenta il mito di Atena e Aracne ma che viene utilizzato come allegoria dell’Industria, intesa come l’operosità e il lavoro meticoloso.

Lo stesso artista è veneziano e già nel suo nome racchiude un po’ di questa tradizione. Infatti, il padre è un tintore di tessuti di seta, un “tintor”, da cui deriva “Tintoretto”.

Il mito di Atena e Aracne

Questo mito è raccontato da Ovidio nella sua raccolta di miti greci “Le Metamorfosi”, una sorta di enciclopedia della mitologia classica.

Aracne è una tessitrice abilissima, e ne è consapevole, tanto da sfidare in questa attività nientemeno che Atena (Minerva per i romani), la dea dell’arte della tessitura, inventrice del telaio e protettrice degli artigiani.

Atena dapprima cerca di dissuadere la ragazza ma poi accetta di competere nella creazione dell’arazzo più bello. La dea sceglie come soggetto la potenza degli dèi nel punire gli uomini. Anche Aracne sceglie di rappresentare nella sua bellissima tela gli dèi, ma ridicolizzandoli, mostrandone debolezze e capricci nei loro amori con i mortali.

Quando Atena si rende conto che l’arazzo di Aracne non solo deride le divinità, ma è anche di una bellezza e perfezione insuperabili, va su tutte le furie. Non può accettare di essere stata battuta da una mortale e, livida di rabbia e d’invidia, scatena la sua ira su Aracne, distruggendone la tela e colpendola sulla testa con la spola del telaio.

La fanciulla, sconvolta, cerca di impiccarsi ma, in punto di morte, Atena viene mossa da compassione e la salva, infliggendole tuttavia una terribile punizione per l’arroganza dimostrata. La trasforma in un ragno e la condanna a tessere la sua tela per l’eternità.

Il ragno, così come il tessere e di conseguenza la ragnatela, è simbolo del lavoro meticoloso, cioè dell’Industria.

La tela di Tintoretto

L’opera, che si può oggi ammirare nella Galleria degli Uffizi di Firenze, era originariamente di forma ottagonale, probabilmente per decorare un soffitto, data la particolare prospettiva dal basso verso l’alto.

Solitamente, le rappresentazioni di questo mito riguardano il momento in cui Atena, travestita da vecchia, cerca di dissuadere Aracne dallo sfidare gli dèi o quando entrambe le contendenti stanno lavorando al loro telaio.

Nell’opera di Tintoretto, invece, la dea Atena (che indossa un elmo, il suo attributo perché è, tra l’altro, anche la dea della guerra) non sta tessendo il suo arazzo ma osserva pensierosa, quasi in ammirazione, il lavoro di Aracne, che è intenta a lavorare al suo telaio, noncurante della presenza della dea.

La dea quindi sta ammirando il lavoro operoso della mortale, immagine emblematica della celebrazione dell’Industria, in particolare quella tessile.

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